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Architettura e arte partecipativa per i bambini siriani dei campi profughi

Col recente stanziamento da parte dell’UE di un miliardo di euro per le organizzazioni che aiutano i profughi vicino ai loro Paesi di origine, è importante ricordare che oltre ai bisogni di cibo e cure mediche, quella dei profughi è anche un’emergenza culturale. Confinati per anni in non-luoghi, i bambini rifugiati non avrebbero alcun accesso a scuole, campi gioco, luoghi sicuri dove espandere la propria immaginazione, se non fosse per iniziative di volontariato e non governative.

Per capire l’importanza del tema, basti ricordare che è una precisa strategia di lungo periodo degli estremisti dello Stato Islamico arruolare i bambini approfittando della disperazione della guerra, ed “educarli” contro il nemico sulla base di una mono-cultura dell’odio. Per vincere la fiducia e il rispetto di questi bambini per la comunità mondiale, bisogna garantire loro un’infanzia di gioco e apprendimento.

Luca Astorri, uno dei partner dello studio architettonico di Milano Argot ou La Maison Mobile, da tempo si occupa professionalmente di interventi sugli “insediamenti informali”, in cui rientrano baraccopoli, favelas, e campi profughi. Invitato come supervisore dalla giovane no profit di Londra CatalyticAction, Luca ci parla della vita nei campi e dell’importanza di dare un semplice strumento di gioco come un playground ai piccoli siriani.

Come ti sei avvicinato come architetto al lavoro di volontariato in genere e in particolare a questo progetto?
Ho già svolto lavori su insediamenti informali col mio studio, per esempio in Portogallo, ma dal 2010 ho iniziato a dedicarmi a progetti di volontariato a Nairobi, Il Cairo, San Paolo, tipicamente quando lo studio chiude in estate. Persone nel mio network mi chiedono di contribuire con la mia esperienza come responsabile sul campo. Ad esempio questo ultimo progetto è stato organizzato da Riccardo Conti, direttore dell’associazione Catalytic Action, ci siamo conosciuti sul “campo” a Nairobi, é stato mio studente, prima di concludere gli studi a Londra.

beekaa valley

Aiutaci a immaginare la vita nei campi profughi in Libano: quanto sono grandi ed estesi sul territorio, e da quanto tempo la gente è rifugiata?
I Siriani che arrivano da noi in Europa sono lo 0,2%, ma in Libano, in Giordania e in Turchia ci sono circa 1,5/2 M di rifugiati arrivati a scaglioni dal 2011, particolarmente nella zona circostante il confine, come la Bekaa Valley tra il Libano e la Siria, dove ci trovavamo noi. I campi profughi sono molto piccoli, con al massimo un migliaio di persone ciascuno, non come quelli che si sono visti spesso in Africa a seguito di esodi come quelli del Ruanda e del Congo. Qui nel raggio di 500 metri ci sono tre campi.

camp2

Come sono le abitazioni?
Sono tende con un basamento in cemento o in ghiaia, con sopra un cordolo di mattoni dove sono incastrati i pali per tenere una tenda in plastica. Dentro ognuno le riveste con tappeti o coperte. Ogni tenda ospita 6-7 persone. I bagni sono esterni. Nella tenda dormi, mangi, fai tutto. L’inverno è pesante, per cui quando le tende spesso si bucano, le scuole vengono usate come rifugi.

camp

Quali religioni hai incontrato?
Quasi tutti musulmani di varie ramificazioni, e cristiani. L’ISIS ha acuito questa guerra civile che va avanti dal 2011 a seguito delle primavere arabe, e ha reso tutto più complesso, costringendo ad esempio altri gruppi come i Curdi a fuggire. Ci sono anche rifugiati Siriani in Siria, che si spostano dalle aree nordest vicino l’Iraq, occupate dall’ISIS, ad altre.

kids at work

Quali collegamenti con l’esterno hanno i profughi, ad esempio col Libano?
La Bekaa Valley è abbastanza isolata, ma sarebbe in realtà possibile creare delle situazioni di integrazione. Purtroppo esiste una forma di diffidenza da parte dei locali. Spesso sono visti come inferiori, sia per pregiudizi, sia per la loro condizione, sebbene molti siriani siano laureati, benestanti e parlino inglese. D’altra parte non possono tornare in Siria sia perché alcuni sarebbero trattati come oppositori. Sia perché hanno perso tutto a causa della Guerra civile. In Libano non possono lavorare se non pagando un caro visto che permette anche di muoversi nel paese, molti rifugiati lavorano in nero nel settore agricolo ed edile. D’altra parte per i libanesi i campi sono anche una fonte di business: affittano i terreni alle Nazioni Unite e ad altre organizzazioni, perché ha una rendita maggiore di un campo coltivato.

participatory excercise

Qual’è la situazione dell’istruzione nei campi dove avete lavorato?
Molti bambini sono scappati di casa quando erano molto piccoli, o addirittura sono nati nel campo, per cui non hanno alcuna istruzione. L’Università Americana di Beirut, gestita da libanesi, ma di origine americana, ha costruito sette scuole in sette campi diversi, gestite dalla Fondazione Kayany. In una di queste abbiamo costruito il campo giochi. Il sistema di educazione, il programma, è lo stesso che c’è in Libano: studiano arabo, matematica, geografia, inglese. Anche il Ministero libanese ha dato l’approvazione. I professori tendenzialmente sono siriani, anche per dare un lavoro alle persone del campo.

girls

Raccontaci il processo dell’ideazione e costruzione del playground.
Abbiamo ideato con un’artista libanese che ha studiato a Londra, Dima Mabsout, dei giochi che possano aiutare i bambini ad esprimere se stessi. L’artista ha speso dei mesi con i 300 bambini della scuola per capire cosa davvero volessero attraverso esercizi in cui, tramite brainstorming e la creazione di collage e disegno, potessero visualizzare se stessi giocando. I bambini sono poi rimasti coinvolti anche durante la costruzione. Ottimizzare una scuola significa anche dare anche un altro tipo di interazione, oltre all’istruzione sui banchi. Deve essere un luogo sicuro dove giocare e esprimere se stessi. Tutti i giochi hanno delle narrative che vengono dalle loro storie, in modo da non dare un generico parco con l’altalena. Ad esempio abbiamo integrato delle lenti che spiegano come funzionano gli occhi. Abbiamo creato delle zone chiuse dove stare da soli o in pochi, per dare l’idea della sfera privata, visto che nelle tende devono sempre stare con il resto della famiglia. Mentre in Africa i bambini sono ovunque, qui stanno sempre nei campi. Poi quando abbiamo riaperto la scuola sono comparsi dappertutto come dei funghi.

playing basketball

In quanti avete lavorato sul campo e per quanto?
Di staff eravamo tre. Io sono rimasto un mese, il cantiere è durato 18 giorni, inclusivo di due workshop con studenti europei e libanesi che hanno aiutato alla costruzione.

Come sono stati coinvolti i performer del gruppo di sport freestylers Da Move?
I Da Move sono venuti ad inaugurare il playground, ed hanno emozionato i bambini con una loro perfomance, la quale ha coinvolto direttamente anche alcuni bambini. Hanno poi organizzato 4 giorni di training con i bambini, insegnandogli le regole basi della pallacanestro ed i fondamentali di questo bellissimo sport. I Da Move sono rimasti molto contenti di questa prima esperienza umanitaria e sperano di tornare presto a lavorare con noi su progetti futuri.

Tornerai al campo?
Senz’altro. Questo per me era un progetto pilota. Esistono anche tante altre organizzazioni più grandi e strutturate come Right to Play, sempre focalizzate sull’uso del gioco come strumento di sviluppo di capacità espressive per l’infanzia.

Su CatalyticAction.org trovate i dettagli di questo e altri progetti trasformativi di design partecipativo.

foto di Ronan Glynn

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